Dentro il PTO del Drake TR‑4C non c’è solo un oscillatore: c’è un piccolo laboratorio di meccanica fine.
La bobina di sintonia, fissata orizzontalmente con quattro viti, è solidale al gruppo di trascinamento che guida il cilindretto in ferrite all’interno della bobina cava.
Portando il perno di comando completamente a fine corsa, verso il fondo, la bobina può essere sfilata con relativa facilità, insieme all’intero gruppo: dischi trasparenti, ingranaggi, boccole e lunette.
È in quel momento che il meccanismo, finalmente in mano, si rivela per quello che è: un sistema di indicazione e trascinamento studiato con una cura quasi maniacale.
I due dischi in lexan trasparente, serigrafati con i riferimenti di frequenza, sono accoppiati agli ingranaggi tramite tre minuscoli perni in ottone a testa piatta, infilati in modo passante tra disco e ingranaggio.
Sotto uno dei dischi si trova una lunetta distanziatrice in materiale plastico, di circa tre centimetri di diametro e due millimetri di spessore: il suo compito è semplice e fondamentale, mantenere i due dischi perfettamente distanziati, liberi di ruotare senza toccarsi e senza graffiarsi.
Una volta separato il gruppo, si scopre come la Drake abbia pensato ogni dettaglio: la boccola su cui ruotano gli ingranaggi, le sedi interne, il nylon che, con il tempo e il grasso secco, tende a gonfiarsi e a creare attrito.
Per riportare il sistema alla sua scorrevolezza originaria, è necessario intervenire con delicatezza sulle sedi degli ingranaggi, rimuovendo il grasso indurito e ripristinando un leggerissimo gioco che impedisca al nylon di “stringere” sulla boccola.
È un lavoro di fino, fatto con cotton fioc, materiali abrasivi finissimi e molta pazienza.
I dischi in lexan, da parte loro, sono bellissimi e fragili allo stesso tempo: un materiale speciale, trasparente, che si graffia con niente.
Vanno trattati come se fossero lenti ottiche, con miscele di pulizia adatte e movimenti delicati, perché un graffio profondo su uno di quei dischi non è solo un difetto estetico: è una ferita sulla scala di sintonia.
Prima del rimontaggio, c’è un dettaglio che fa la differenza: un sottilissimo velo di grasso al teflon sulle due facce della lunetta distanziatrice.
È quel film quasi invisibile che permette ai due dischi di ruotare liberi, senza attrito centrale, evitando che il movimento diventi ruvido, a scatti, e che l’intero meccanismo di trascinamento si trovi sotto sforzo.
Quando tutto è pulito, levigato, lubrificato e riassemblato, il gruppo di trascinamento/indicatore torna a muoversi con quella morbidezza che si sente sotto le dita, prima ancora che si veda sulla scala.
La parte estetico‑funzionale più affascinante è forse il sistema di retroilluminazione: il famoso lexan blue, accoppiato a un supporto in lexan bianco.
È lui che, una volta colpito dalla luce della lampadina, crea quel colore quasi magico, un celeste acqua che ricorda certi riflessi del mare.
Ma il tempo e il calore non perdonano: il lexan blu tende a deformarsi, a creare piccole “orecchie” ai quattro lati, a ondularsi e sollevarsi dalla sua sede, perdendo aderenza e allineamento.
Per rimetterlo in riga, non servono acrobazie: serve una soluzione semplice e intelligente.
Il rame adesivo si è rivelato perfetto per questo compito: tiene il lexan blu accorpato al supporto bianco, non si spezza, non si stacca, e in più aiuta a dissipare il calore, contribuendo a far riacquistare al materiale la sua forma originaria.
È una di quelle soluzioni che non si improvvisano: si trovano dopo anni di pratica su apparati veri.
Ed è qui che entra in scena un altro protagonista: il relè placcato oro K1.
Montato su una basetta dedicata, con componenti e zoccolo propri, K1 è un relè speciale, con scambi particolarissimi, pensato per gestire commutazioni critiche nel percorso RF e di misura.
Una volta estratto dal suo zoccolo, liberato dalla piccola clips di fermo e aperto il suo coperchietto di protezione, si mostra in tutta la sua finezza: contatti multipli, lamelle, bobina, struttura interna compatta e precisa.
La sua pulizia e il suo ripristino non sono un gesto cosmetico, ma una vera e propria operazione di recupero funzionale.
I contatti, immersi per un tempo controllato in diluente nitro, vengono liberati dall’ossido e dalle impurità accumulate negli anni.
Poi, con pazienza, vengono “sfiorati” con carta finissima o foglio bianco, giusto quanto basta per riportare le superfici a una condizione pulita e uniforme.
Il WD‑40, applicato con criterio, completa il lavoro, penetrando nelle puntine e contribuendo a sciogliere ulteriori residui, prima di essere nuovamente rimosso e asciugato con cura.
La verifica finale è quasi un rito: tester analogico alla mano, portata ohm x1, contatti chiusi a coppie, “ostia in bocca” e occhi puntati sulla lancetta.
La chiusura deve essere netta, a zero ohm, senza esitazioni.
Se non lo è, si ricomincia, finché il relè non torna a comportarsi come quando è uscito di fabbrica.
La basetta che ospita K1 non è meno interessante: oltre allo zoccolo, porta componenti che fanno parte del circuito di misura, tra cui i diodi al germanio che raddrizzano una porzione di RF prelevata dall’uscita del P‑Greco finale.
Quella tensione continua, così ottenuta, viene poi letta dallo strumento bifunzionale che misura corrente anodica e potenza relativa.
Dopo decenni, quei diodi sono spesso in corto o fuori specifica, e la loro sostituzione con equivalenti moderni al silicio, come i 1N4148, è una scelta quasi obbligata per riportare il circuito alla piena affidabilità.
Prima di richiudere tutto, anche lo zoccolo di K1 riceve la sua parte di attenzione: contatti trattati, base pulita, forcellino di massa leggermente richiuso per garantire un buon contatto con il piolino metallico che collega la base interna del relè allo chassis.
Solo allora K1 può tornare al suo posto, pronto a lavorare per altri decenni.
E non è ancora finita.
Perché una vecchia gloria come il Drake TR‑4C non si limita a “funzionare”: o è riportata al suo pieno splendore, o è un’occasione sprecata.
Accenderla “tanto per vedere se va” è il modo migliore per danneggiarla.
Rimetterla in forma, invece, è un atto di rispetto.
Lucidatura schermi e pulizia chassis
La fase successiva del restauro porta l’attenzione verso una delle parti più visibili — e spesso più trascurate — del Drake TR‑4C: gli schermi delle valvole.
Sono lì, nella parte superiore dello chassis, come piccoli cilindri metallici che proteggono, schermano e allo stesso tempo raccontano la storia dell’apparato.
Con gli anni perdono brillantezza, si opacizzano, accumulano polvere e ossidazioni leggere: riportarli al loro splendore originale è quasi un gesto simbolico, oltre che estetico.
Una volta rimossi, gli schermi rivelano la loro natura di metallo vivo, pronto a tornare a brillare.
La pasta abrasiva, lavorata con uno straccio di cotone, restituisce lentamente la superficie lucida, uniforme, quasi specchiata.
È un lavoro che richiede pazienza e sensibilità: movimenti regolari, avanti e indietro, rotatori, finché il metallo non riprende quella luce che sembrava perduta.
È uno di quei momenti in cui il restauro diventa quasi meditazione: il gesto si ripete, la superficie cambia, e l’apparato sembra ringraziare.
Terminata la parte estetica, si passa allo chassis, che è l’anima strutturale del TR‑4C.
Qui la pulizia non è solo una questione di ordine: è un modo per riportare leggibilità, per far emergere cablaggi, componenti, percorsi, e per restituire allo sguardo la chiarezza che serve per comprendere davvero la macchina.
L’acqua distillata vaporizzata — non conduttiva — permette di rimuovere anni di polvere e residui, riportando alla luce il metallo originale.
Il getto, diretto con attenzione sulla parte superiore e inferiore dello chassis, libera ogni angolo, ogni interstizio, ogni superficie.
Una volta terminato il trattamento, lo chassis appare trasformato: pulito, brillante, quasi nuovo.
L’asciugatura è fondamentale: aria calda, tempo, pazienza.
E quando tutto è perfettamente asciutto, entra in scena il WD‑40, che non è solo un disossidante, ma un vero e proprio “protettore” delle superfici metalliche.
Applicato con moderazione sugli zoccoli e poi distribuito con uno straccetto su tutto il telaio, crea un velo sottile che protegge, ravviva e dona uniformità.
Persino la guaina dei fili del cablaggio beneficia di questo trattamento, ritrovando morbidezza e flessibilità.
Infine, i variabili: preselettore, accordo, potenziometri.
Sono organi meccanici delicati, che rispondono alla pulizia e alla lubrificazione con una scorrevolezza che si percepisce subito sotto le dita.
Quando tutto è asciutto, pulito, trattato e lasciato riposare il tempo necessario perché i prodotti facciano il loro lavoro, arriva il momento di rimettere al loro posto valvole e schermi.
È un gesto semplice, ma ha il sapore del “ritorno alla vita”.
Il TR‑4C, a questo punto, non è più un apparato abbandonato: è un oggetto che sta ritrovando la sua dignità tecnica, estetica e funzionale.
Operazione lampadine
A prima vista potrebbe sembrare una parte marginale del restauro, quasi una banalità.
E invece, nel Drake TR‑4C, perfino le lampadine raccontano una storia.
Sono piccole, robuste, garantite per migliaia di ore di funzionamento, alimentate a 6 volt e 0,15 ampere, con il classico attacco a baionetta.
Quattro in totale: due dedicate al quadro strumenti e due alle spie del selettore di banda.
Quando sono arrivate a me, non si accendevano.
La prima ipotesi sarebbe stata quella più ovvia: fulminate.
E invece no.
A un esame visivo, il filamento era perfetto, intatto, come se non avesse mai smesso di funzionare.
Ma il tester, impietoso, diceva tutt’altro: circuito aperto.
È stato allora che un dettaglio ha attirato la mia attenzione: il fondellino delle lampadine era in alluminio.
E l’alluminio, si sa, non ama farsi saldare con lo stagno.
La saldatura originale, quella che collegava il filamento al fondello, si era semplicemente staccata, lasciando la lampadina “viva” ma elettricamente isolata.
Da qui è iniziata la parte interessante.
Il fondellino, ormai privo della sua saldatura, richiedeva una soluzione creativa.
Un filo morbido stagnato — di quelli inglesi, flessibili e impeccabili — è diventato il protagonista: avvolto attorno al fondello, trasformato in un piccolo collarino metallico, chiuso ad anello e saldato su se stesso.
Quel collarino è diventato la nuova ghiera di contatto della lampadina.
A quel punto, il capo del filamento, preparato con cura, ha trovato il suo nuovo punto di connessione.
Un gesto preciso, pulito, e la lampadina ha ritrovato la sua continuità elettrica.
Il tester analogico, sulla portata Ohm x1, ha confermato la rinascita: la lancetta si è mossa, la lampadina ha dato un leggero segno di vita.
Una dopo l’altra, tutte le lampade hanno ricevuto lo stesso trattamento, e tutte sono tornate operative.
È uno di quei momenti in cui il restauro diventa quasi un dialogo con l’oggetto:
non si tratta solo di riparare, ma di capire, interpretare, trovare soluzioni dove la progettazione originale non aveva previsto il passare dei decenni.
Perfetto Giovanni — continuo con la versione narrativa tecnica, mantenendo ogni dettaglio del tuo racconto ma trasformandolo in una descrizione fluida, coerente e leggibile, senza istruzioni operative dirette.
Lavaggio del frontale, manopole e coperchi
Il frontale del Drake TR‑4C è uno degli elementi più iconici dell’apparato: è la sua “faccia”, ciò che l’operatore vede e tocca ogni volta che lo utilizza.
Eppure, dopo decenni di servizio, polvere, fumo, grasso e ossidazioni leggere possono trasformarlo in un pannello opaco, spento, quasi irriconoscibile.
Restituirgli il suo splendore originale è un momento importante del restauro, quasi un rito.
Le manopole, una dopo l’altra, vengono rimosse.
La maggior parte è fissata con la classica vite a testa piatta laterale, ma alcune — le più particolari — sono ad incastro: prive di vite, dotate di una tacca a mezzaluna e di una linguetta d’acciaio che si aggancia al perno con una precisione sorprendente.
Sono piccoli dettagli di progettazione che raccontano l’attenzione della Drake per l’ergonomia e la robustezza.
Tolte le manopole, il frontale si libera grazie alle quattro viti poste ai suoi angoli, accompagnate da altrettanti distanziatori che lo separano dallo chassis.
Una volta rimosso, il pannello mostra tutta la sua storia: aloni, residui, polvere stratificata.
È il momento di portarlo “a bagno”.
Una bacinella riempita con acqua calda e sapone di Marsiglia diventa il teatro di una trasformazione lenta ma evidente.
Manopole, coperchi e frontale vengono immersi insieme, lasciati riposare per qualche minuto.
L’acqua, inizialmente limpida, comincia a scurirsi, assumendo un colore che ricorda il brodo di manzo: è il segno che lo sporco accumulato negli anni si sta sciogliendo e staccando dalle superfici.
Una spazzola a setole morbide completa il lavoro, riportando alla luce il vero colore delle manopole, la brillantezza del frontale, la definizione della tacca bianca di riferimento.
È un momento quasi magico: ciò che sembrava ingiallito o opaco rivela di essere semplicemente nascosto sotto uno strato di tempo.
Una volta terminata la pulizia, ogni pezzo viene risciacquato con cura.
Le piccole linguette d’acciaio interne alle manopole richiedono attenzione: possono scivolare via senza farsi notare, e perderle significherebbe compromettere il fissaggio originale.
Poi arriva l’asciugatura, lenta e uniforme, con aria tiepida che restituisce ai materiali la loro consistenza naturale.
Quando tutto è asciutto, il frontale torna al suo posto, insieme ai distanziatori e alle manopole.
Il pannello, ora pulito e luminoso, sembra ringiovanito di decenni.
È uno di quei momenti in cui il restauro diventa visibile, tangibile: il TR‑4C non è più un oggetto dimenticato, ma un apparato che sta tornando a vivere.
E ora, con il frontale rinato, lo sguardo si sposta verso un altro protagonista del sistema: l’alimentatore.